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La ROSA BIANCA c’è GIA’!

Mercoledì 13 Febbraio 2008

Pubblichiamo volentieri due comunicati stampa che difendono un nome, quello della Rosa Bianca Italiana, associazione con diversi anni di storia, che si ispira alla Rosa Bianca Tedesca, e che vuole difendere la sua storia e il suo nome dalle grandi manovre che stanno avvenendo nel centro della politica italiana. Per maggiori informazioni sulla rosa bianca italiana visitare www.rosabianca.org

La Rosa Bianca rubata

LEGGI il comunicato di Ghezzi, studioso della Rosa Bianca tedesca

LEGGI il comunicato stampa della rosa bianca italiana

Messaggio per la 42sima Giornata delle Comunicazioni Sociali

Giovedì 24 Gennaio 2008

“Eccessiva volgarità e violenza, troppa pubblicità ossessiva, esaltazione di trasgressioni e di valori distorti. I media non devono essere «il megafono del materialismo economico e del relativismo etico, vere piaghe del nostro tempo».” Così il Corriere della Sera sul Messaggio di Benedetto XVI per la Giornata delle Comunicaizoni Sociali. A voi il messaggio integrale e il link per l’articolo del Corriere.
Leggi il discorso
Il commento del Corriere della Sera

Il discorso di Benedetto XVI all’Università la Sapienza

Sabato 19 Gennaio 2008

Scarica il discorso di Benedetto XVI
“Magnifico Rettore,
autorità politiche e civili,
illustri docenti e personale tecnico amministrativo,
cari giovani studenti!

E’ per me motivo di profonda gioia incontrare la comunità della Sapienza - Università di Roma in occasione della inaugurazione dell’anno accademico. Da secoli ormai questa Università segna il cammino e la vita della città di Roma, facendo fruttare le migliori energie intellettuali in ogni campo del sapere. Sia nel tempo in cui, dopo la fondazione voluta dal Papa Bonifacio VIII, l’istituzione era alle dirette dipendenze dell’Autorità ecclesiastica, sia successivamente quando lo Studium Urbis si è sviluppato come istituzione dello Stato italiano, la vostra comunità accademica ha conservato un grande livello scientifico e culturale, che la colloca tra le più prestigiose università del mondo.
Da sempre la Chiesa di Roma guarda con simpatia e ammirazione a questo centro universitario, riconoscendone l’impegno, talvolta arduo e faticoso, della ricerca e della formazione delle nuove generazioni. Non sono mancati in questi ultimi anni momenti significativi di collaborazione e di dialogo.
Vorrei ricordare, in particolare, l’Incontro mondiale dei Rettori in occasione del Giubileo delle Università, che ha visto la vostra comunità farsi carico non solo dell’accoglienza e dell’organizzazione, ma soprattutto della profetica e complessa proposta della elaborazione di un “nuovo umanesimo per il terzo millennio”.

Mi è caro, in questa circostanza, esprimere la mia gratitudine per l’invito che mi è stato rivolto a venire nella vostra università per tenervi una lezione. In questa prospettiva mi sono posto innanzitutto la domanda: che cosa può e deve dire un Papa in un’occasione come questa? Nella mia lezione a Ratisbona ho parlato, sì, da Papa, ma soprattutto ho parlato nella veste del già professore di quella mia università, cercando di collegare ricordi ed attualità. Nell’università “Sapienza”, l’antica università di Roma, però, sono invitato proprio come Vescovo di Roma, e perciò debbo parlare come tale.
Certo, la “Sapienza” era un tempo l’università del Papa, ma oggi è un’università laica con quell’autonomia che, in base al suo stesso concetto fondativo, ha fatto sempre parte della natura di università, la quale deve essere legata esclusivamente all’autorità della verità. Nella sua libertà da autorità politiche ed ecclesiastiche l’università trova la sua funzione particolare, proprio anche per la società moderna, che ha bisogno di un’istituzione del genere.

Ritorno alla mia domanda di partenza: che cosa può e deve dire il Papa nell’incontro con l’università della sua città? Riflettendo su questo interrogativo, mi è sembrato che esso ne includesse due altri, la cui chiarificazione dovrebbe condurre da sé alla risposta. Bisogna, infatti, chiedersi: qual è la natura e la missione del Papato? E ancora: qual è la natura e la missione dell’università? Non vorrei in questa sede trattenere Voi e me in lunghe disquisizioni sulla natura del Papato.

Basti un breve accenno. Il Papa è anzitutto Vescovo di Roma e come tale, in virtù della successione all’Apostolo Pietro, ha una responsabilità episcopale nei riguardi dell’intera Chiesa cattolica. La parola “vescovo” - episkopos, che nel suo significato immediato rimanda a “sorvegliante”, già nel Nuovo Testamento è stata fusa insieme con il concetto biblico di Pastore: egli è colui che, da un punto di osservazione sopraelevato, guarda all’insieme, prendendosi cura del giusto cammino e della coesione dell’insieme.
In questo senso, tale designazione del compito orienta lo sguardo anzitutto verso l’interno della comunità credente. Il Vescovo - il Pastore - è l’uomo che si prende cura di questa comunità; colui che la conserva unita mantenendola sulla via verso Dio, indicata secondo la fede cristiana da Gesù - e non soltanto indicata: Egli stesso è per noi la via. Ma questa comunità della quale il Vescovo si prende cura - grande o piccola che sia - vive nel mondo; le sue condizioni, il suo cammino, il suo esempio e la sua parola influiscono inevitabilmente su tutto il resto della comunità umana nel suo insieme. Quanto più grande essa è, tanto più le sue buone condizioni o il suo eventuale degrado si ripercuoteranno sull’insieme dell’umanità.
Vediamo oggi con molta chiarezza, come le condizioni delle religioni e come la situazione della Chiesa - le sue crisi e i suoi rinnovamenti - agiscano sull’insieme dell’umanità. Così il Papa, proprio come Pastore della sua comunità, è diventato sempre di più anche una voce della ragione etica dell’umanità.

Qui, però, emerge subito l’obiezione, secondo cui il Papa, di fatto, non parlerebbe veramente in base alla ragione etica, ma trarrebbe i suoi giudizi dalla fede e per questo non potrebbe pretendere una loro validità per quanti non condividono questa fede. Dovremo ancora ritornare su questo argomento, perchè si pone qui la questione assolutamente fondamentale: che cosa è la ragione? Come può un’affermazione - soprattutto una norma morale - dimostrarsi “ragionevole”? A questo punto vorrei per il momento solo brevemente rilevare che John Rawls, pur negando a dottrine religiose comprensive il carattere della ragione “pubblica”, vede tuttavia nella loro ragione “non pubblica” almeno una ragione che non potrebbe, nel nome di una razionalità secolaristicamente indurita, essere semplicemente disconosciuta a coloro che la sostengono.
Egli vede un criterio di questa ragionevolezza fra l’altro nel fatto che simili dottrine derivano da una tradizione responsabile e motivata, in cui nel corso di lunghi tempi sono state sviluppate argomentazioni sufficientemente buone a sostegno della relativa dottrina. In questa affermazione mi sembra importante il riconoscimento che l’esperienza e la dimostrazione nel corso di generazioni, il fondo storico dell’umana sapienza, sono anche un segno della sua ragionevolezza e del suo perdurante significato.
Di fronte ad una ragione a-storica che cerca di autocostruirsi soltanto in una razionalità a-storica, la sapienza dell’umanità come tale - la sapienza delle grandi tradizioni religiose - è da valorizzare come realtà che non si può impunemente gettare nel cestino della storia delle idee.

Ritorniamo alla domanda di partenza. Il Papa parla come rappresentante di una comunità credente, nella quale durante i secoli della sua esistenza è maturata una determinata sapienza della vita; parla come rappresentante di una comunità che custodisce in sé un tesoro di conoscenza e di esperienza etiche, che risulta importante per l’intera umanità: in questo senso parla come rappresentante di una ragione etica.

Ma ora ci si deve chiedere: e che cosa è l’università? Qual è il suo compito? E’ una domanda gigantesca alla quale, ancora una volta, posso cercare di rispondere soltanto in stile quasi telegrafico con qualche osservazione. Penso si possa dire che la vera, intima origine dell’università stia nella brama di conoscenza che è propria dell’uomo. Egli vuol sapere che cosa sia tutto ciò che lo circonda. Vuole verità.
In questo senso si può vedere l’interrogarsi di Socrate come l’impulso dal quale è nata l’università occidentale. Penso ad esempio - per menzionare soltanto un testo - alla disputa con Eutifrone, che di fronte a Socrate difende la religione mitica e la sua devozione. A ciò Socrate contrappone la domanda: “Tu credi che fra gli dei esistano realmente una guerra vicendevole e terribili inimicizie e combattimenti ? Dobbiamo, Eutifrone, effettivamente dire che tutto ciò è vero?” (6 b - c). In questa domanda apparentemente poco devota - che, però, in Socrate derivava da una religiosità più profonda e più pura, dalla ricerca del Dio veramente divino - i cristiani dei primi secoli hanno riconosciuto se stessi e il loro cammino. Hanno accolto la loro fede non in modo positivista, o come la via d’uscita da desideri non appagati; l’hanno compresa come il dissolvimento della nebbia della religione mitologica per far posto alla scoperta di quel Dio che è Ragione creatrice e al contempo Ragione-Amore.
Per questo, l’interrogarsi della ragione sul Dio più grande come anche sulla vera natura e sul vero senso dell’essere umano era per loro non una forma problematica di mancanza di religiosità, ma faceva parte dell’essenza del loro modo di essere religiosi. Non avevano bisogno, quindi, di sciogliere o accantonare l’interrogarsi socratico, ma potevano, anzi, dovevano accoglierlo e riconoscere come parte della propria identità la ricerca faticosa della ragione per raggiungere la conoscenza della verità intera. Poteva, anzi doveva così, nell’ambito della fede cristiana, nel mondo cristiano, nascere l’università.

E’ necessario fare un ulteriore passo. L’uomo vuole conoscere - vuole verità. Verità è innanzitutto una cosa del vedere, del comprendere, della theorìa, come la chiama la tradizione greca. Ma la verità non è mai soltanto teorica. Agostino, nel porre una correlazione tra le Beatitudini del Discorso della Montagna e i doni dello Spirito menzionati in Isaia 11, ha affermato una reciprocità tra “scientia” e “tristitia”: il semplice sapere, dice, rende tristi. E di fatto - chi vede e apprende soltanto tutto ciò che avviene nel mondo, finisce per diventare triste. Ma verità significa di più che sapere: la conoscenza della verità ha come scopo la conoscenza del bene.
Questo è anche il senso dell’interrogarsi socratico: Qual è quel bene che ci rende veri? La verità ci rende buoni, e la bontà è vera: è questo l’ottimismo che vive nella fede cristiana, perchè ad essa è stata concessa la visione del Logos, della Ragione creatrice che, nell’incarnazione di Dio, si è rivelata insieme come il Bene, come la Bontà stessa.

Nella teologia medievale c’è stata una disputa approfondita sul rapporto tra teoria e prassi, sulla giusta relazione tra conoscere ed agire - una disputa che qui non dobbiamo sviluppare. Di fatto l’università medievale con le sue quattro Facoltà presenta questa correlazione. Cominciamo con la Facoltà che, secondo la comprensione di allora, era la quarta, quella di medicina. Anche se era considerata più come “arte” che non come scienza, tuttavia, il suo inserimento nel cosmo dell’universitas significava chiaramente che era collocata nell’ambito della razionalità, che l’arte del guarire stava sotto la guida della ragione e veniva sottratta all’ambito della magia. Guarire è un compito che richiede sempre più della semplice ragione, ma proprio per questo ha bisogno della connessione tra sapere e potere, ha bisogno di appartenere alla sfera della ratio. Inevitabilmente appare la questione della relazione tra prassi e teoria, tra conoscenza ed agire nella Facoltà di giurisprudenza.
Si tratta del dare giusta forma alla libertà umana che è sempre libertà nella comunione reciproca: il diritto è il presupposto della libertà, non il suo antagonista. Ma qui emerge subito la domanda: Come s’individuano i criteri di giustizia che rendono possibile una libertà vissuta insieme e servono all’essere buono dell’uomo?
A questo punto s’impone un salto nel presente: è la questione del come possa essere trovata una normativa giuridica che costituisca un ordinamento della libertà, della dignità umana e dei diritti dell’uomo. E’ la questione che ci occupa oggi nei processi democratici di formazione dell’opinione e che al contempo ci angustia come questione per il futuro dell’umanità. Jurgen Habermas esprime, a mio parere, un vasto consenso del pensiero attuale, quando dice che la legittimità di una carta costituzionale, quale presupposto della legalità, deriverebbe da due fonti: dalla partecipazione politica egualitaria di tutti i cittadini e dalla forma ragionevole in cui i contrasti politici vengono risolti.
Riguardo a questa “forma ragionevole” egli annota che essa non può essere solo una lotta per maggioranze aritmetiche, ma che deve caratterizzarsi come un “processo di argomentazione sensibile alla verità” (wahrheitssensibles Argumentationsverfahren). E’ detto bene, ma è cosa molto difficile da trasformare in una prassi politica. I rappresentanti di quel pubblico “processo di argomentazione” sono - lo sappiamo - prevalentemente i partiti come responsabili della formazione della volontà politica. Di fatto, essi avranno immancabilmente di mira soprattutto il conseguimento di maggioranze e con ciò baderanno quasi inevitabilmente ad interessi che promettono di soddisfare; tali interessi però sono spesso particolari e non servono veramente all’insieme.
La sensibilità per la verità sempre di nuovo viene sopraffatta dalla sensibilità per gli interessi. Io trovo significativo il fatto che Habermas parli della sensibilità per la verità come di elemento necessario nel processo di argomentazione politica, reinserendo così il concetto di verità nel dibattito filosofico ed in quello politico.

Ma allora diventa inevitabile la domanda di Pilato: che cos’è la verità? E come la si riconosce? Se per questo si rimanda alla “ragione pubblica”, come fa Rawls, segue necessariamente ancora la domanda: Che cosa è ragionevole? Come una ragione si dimostra ragione vera? In ogni caso, si rende in base a ciò evidente che, nella ricerca del diritto della libertà, della verità della giusta convivenza devono essere ascoltate istanze diverse rispetto a partiti e gruppi d’interesse, senza con ciò voler minimamente contestare la loro importanza.
Torniamo così alla struttura dell’università medievale. Accanto a quella di giurisprudenza c’erano le Facoltà di filosofia e di teologia, a cui era affidata la ricerca sull’essere uomo nella sua totalità e con ciò il compito di tener desta la sensibilità per la verità. Si potrebbe dire addirittura che questo è il senso permanente e vero di ambedue le Facoltà: essere custodi della sensibilità per la verità, non permettere che l’uomo sia distolto dalla ricerca della verità. Ma come possono esse corrispondere a questo compito? Questa è una domanda per la quale bisogna sempre di nuovo affaticarsi e che non è mai posta e risolta definitivamente.
Così, a questo punto, neppure io posso offrire propriamente una risposta, ma piuttosto un invito a restare in cammino con questa domanda - in cammino con i grandi che lungo tutta la storia hanno lottato e cercato, con le loro risposte e con la loro inquietudine per la verità, che rimanda continuamente al di là di ogni singola risposta.

Teologia e filosofia formano in ciò una peculiare coppia di gemelli, nella quale nessuna delle due può essere distaccata totalmente dall’altra e, tuttavia, ciascuna deve conservare il proprio compito e la propria identità. E’ merito storico di san Tommaso d’Aquino - di fronte alla differente risposta dei Padri a causa del loro contesto storico - di aver messo in luce l’autonomia della filosofia e con essa il diritto e la responsabilità propri della ragione che s’interroga in base alle sue forze. Differenziandosi dalle filosofie neoplatoniche, in cui religione e filosofia erano inseparabilmente intrecciate, i Padri avevano presentato la fede cristiana come la vera filosofia, sottolineando anche che questa fede corrisponde alle esigenze della ragione in ricerca della verità; che la fede è il “sì” alla verità, rispetto alle religioni mitiche diventate semplice consuetudine.
Ma poi, al momento della nascita dell’università, in Occidente non esistevano più quelle religioni, ma solo il cristianesimo, e così bisognava sottolineare in modo nuovo la responsabilità propria della ragione, che non viene assorbita dalla fede. Tommaso si trovò ad agire in un momento privilegiato: per la prima volta gli scritti filosofici di Aristotele erano accessibili nella loro integralità; erano presenti le filosofie ebraiche ed arabe, come specifiche appropriazioni e prosecuzioni della filosofia greca.
Così il cristianesimo, in un nuovo dialogo con la ragione degli altri, che veniva incontrando, dovette lottare per la propria ragionevolezza. La Facoltà di filosofia che, come cosiddetta “Facoltà degli artisti”, fino a quel momento era stata solo propedeutica alla teologia, divenne ora una Facoltà vera e propria, un partner autonomo della teologia e della fede in questa riflessa.
Non possiamo qui soffermarci sull’avvincente confronto che ne derivò. Io direi che l’idea di san Tommaso circa il rapporto tra filosofia e teologia potrebbe essere espressa nella formula trovata dal Concilio di Calcedonia per la cristologia: filosofia e teologia devono rapportarsi tra loro “senza confusione e senza separazione”. “Senza confusione” vuol dire che ognuna delle due deve conservare la propria identità. La filosofia deve rimanere veramente una ricerca della ragione nella propria libertà e nella propria responsabilità; deve vedere i suoi limiti e proprio così anche la sua grandezza e vastità.
La teologia deve continuare ad attingere ad un tesoro di conoscenza che non ha inventato essa stessa, che sempre la supera e che, non essendo mai totalmente esauribile mediante la riflessione, proprio per questo avvia sempre di nuovo il pensiero. Insieme al “senza confusione” vige anche il “senza separazione”: la filosofia non ricomincia ogni volta dal punto zero del soggetto pensante in modo isolato, ma sta nel grande dialogo della sapienza storica, che essa criticamente e insieme docilmente sempre di nuovo accoglie e sviluppa; ma non deve neppure chiudersi davanti a ciò che le religioni ed in particolare la fede cristiana hanno ricevuto e donato all’umanità come indicazione del cammino.
Varie cose dette da teologi nel corso della storia o anche tradotte nella pratica dalle autorità ecclesiali, sono state dimostrate false dalla storia e oggi ci confondono. Ma allo stesso tempo è vero che la storia dei santi, la storia dell’umanesimo cresciuto sulla basa della fede cristiana dimostra la verità di questa fede nel suo nucleo essenziale, rendendola con ciò anche un’istanza per la ragione pubblica. Certo, molto di ciò che dicono la teologia e la fede può essere fatto proprio soltanto all’interno della fede e quindi non può presentarsi come esigenza per coloro ai quali questa fede rimane inaccessibile.
E’ vero, però, al contempo che il messaggio della fede cristiana non è mai soltanto una “comprehensive religious doctrine” nel senso di Rawls, ma una forza purificatrice per la ragione stessa, che aiuta ad essere più se stessa. Il messaggio cristiano, in base alla sua origine, dovrebbe essere sempre un incoraggiamento verso la verità e così una forza contro la pressione del potere e degli interessi.

Ebbene, finora ho solo parlato dell’università medievale, cercando tuttavia di lasciar trasparire la natura permanente dell’università e del suo compito. Nei tempi moderni si sono dischiuse nuove dimensioni del sapere, che nell’università sono valorizzate soprattutto in due grandi ambiti: innanzitutto nelle scienze naturali, che si sono sviluppate sulla base della connessione di sperimentazione e di presupposta razionalità della materia; in secondo luogo, nelle scienze storiche e umanistiche, in cui l’uomo, scrutando lo specchio della sua storia e chiarendo le dimensioni della sua natura, cerca di comprendere meglio se stesso.
In questo sviluppo si è aperta all’umanità non solo una misura immensa di sapere e di potere; sono cresciuti anche la conoscenza e il riconoscimento dei diritti e della dignità dell’uomo, e di questo possiamo solo essere grati. Ma il cammino dell’uomo non può mai dirsi completato e il pericolo della caduta nella disumanità non è mai semplicemente scongiurato: come lo vediamo nel panorama della storia attuale! Il pericolo del mondo occidentale - per parlare solo di questo - è oggi che l’uomo, proprio in considerazione della grandezza del suo sapere e potere, si arrenda davanti alla questione della verità. E ciò significa allo stesso tempo che la ragione, alla fine, si piega davanti alla pressione degli interessi e all’attrattiva dell’utilità, costretta a riconoscerla come criterio ultimo.
Detto dal punto di vista della struttura dell’università: esiste il pericolo che la filosofia, non sentendosi più capace del suo vero compito, si degradi in positivismo; che la teologia col suo messaggio rivolto alla ragione, venga confinata nella sfera privata di un gruppo più o meno grande.
Se però la ragione - sollecita della sua presunta purezza - diventa sorda al grande messaggio che le viene dalla fede cristiana e dalla sua sapienza, inaridisce come un albero le cui radici non raggiungono più le acque che gli danno vita. Perde il coraggio per la verità e così non diventa più grande, ma più piccola. Applicato alla nostra cultura europea ciò significa: se essa vuole solo autocostruirsi in base al cerchio delle proprie argomentazioni e a ciò che al momento la convince e - preoccupata della sua laicità - si distacca dalle radici delle quali vive, allora non diventa più ragionevole e più pura, ma si scompone e si frantuma.

Con ciò ritorno al punto di partenza. Che cosa ha da fare o da dire il Papa nell’università? Sicuramente non deve cercare di imporre ad altri in modo autoritario la fede, che può essere solo donata in libertà. Al di là del suo ministero di Pastore nella Chiesa e in base alla natura intrinseca di questo ministero pastorale è suo compito mantenere desta la sensibilità per la verità; invitare sempre di nuovo la ragione a mettersi alla ricerca del vero, del bene, di Dio e, su questo cammino, sollecitarla a scorgere le utili luci sorte lungo la storia della fede cristiana e a percepire così Gesù Cristo come la Luce che illumina la storia ed aiuta a trovare la via verso il futuro.

Dal Vaticano, 17 gennaio 2008

BENEDICTUS XVI

Metti il dito nella spazzatura - Lo scandalo dei rifiuti in Campania

Venerdì 11 Gennaio 2008

Per chi si vuole divertire a mettere il dito nella piaga.

Da dodici anni la regione Campania è commissariata per il problema rifiuti e sono stati stanziati più di un miliardo di euro. Su questo argomento ci bombardano i telegiornali in questi giorni. Noi vi segnaliamo due documenti che potrebbero aiutare ad approfondire la questione. La puntata della Trasmissione Report del 6 maggio 2007. (già un anno fa si riprendevano dati e riflessioni del 2006)

Segnaliamo inoltre la relazione, sempre del 2006, della commissione parlamentare d’inchiesta sul problema rifiuti in Campania.

Padre Bartolomeo Sorge: anno nuovo, politica nuova?

Giovedì 10 Gennaio 2008

Dal sito www.aggiornamentisociali.it di Padre Bartolomeo Sorge LEGGI TUTTO l’ARTICOLO
Quella della politica italiana è oggi una crisi «confusa». Non era mai accaduto che maggioranza e opposizione si disgregassero entrambe contemporaneamente; non era mai accaduto che i leader dei due poli perdessero nello stesso tempo la loro credibilità, contestati ciascuno dai propri alleati; non si era mai visto uno scontro tanto aspro tra il presidente del Consiglio e quello della Camera, pur appartenendo entrambi alla medesima coalizione. Per cercare di capire qualcosa di questa situazione politica aggrovigliata, risponderemo a due domande: 1) Come è nata questa crisi? 2) Quali scenari nuovi apre?

In Svizzera pubblicità contro l’immigrazione

Venerdì 4 Gennaio 2008

Proiettata in Svizzera una pubblicità che mette in guardia i cittadini stranieri dai rischi dell’immigrazione senza prospettiva. La scelta svizzera è condivisibile?  GUARDA IL VIDEO
Un migrante telefona al padre da una cabina telefonica, e racconta di come sia bella la nuova vita: il viaggio è andato bene, si è iscritto all’università, ha iniziato a seguire i corsi. In realtà vive sulla strada, fa l’elemosina, e cerca di non farsi prendere dalla polizia. Un messaggio chiaro ed esplicito: qui non c’è posto per voi, state meglio a casa vostra. LEGGI TUTTO L’ARTICOLO da NIGRIZIA.IT

I commenti audio di Carlo Melegari, direttore del Centro Studi Immigrazione

Inizia la sfida finale per le primarie americane

Venerdì 4 Gennaio 2008

Il mese di gennaio è quello decisivo per l’inizio delle primarie Usa (clicca per sapere come funzionano), che definiranno i candidati (clicca per vedere la galleria interattiva di Der Spiegel) repubblicano e democratico che si fronteggeranno nelle elezioni presidenziali americane. Qui sotto alcuni link che permettono di capire come funiona il complesso meccanismo per eleggere quella che tutti chiamano la persona più importante del mondo.

Primarie, caucus e convention, cosa sono?

La cronaca del New York Times sul voto nell’Iowa

Moratoria per l’aborto e l’utilizzo di embrioni - Rassegna e Intervista a Bagnasco

Sabato 22 Dicembre 2007

Dopo i continui passi in avanti verso una moratoria internazionale della pena di morte e insistendo sull’idea di un’origine comune delle proposte, a livello di principi e ideali sociali, c’è chi sostiene, insieme al direttore de Il Foglio, Giuliano Ferrara, la necessità di attivare un progetto di sospensione dell’interruzione volontaria di gravidanda e dell’utilizzo di embrioni umani a scopi scientifici. L’idea sembra essere molto interessante: l’aborto rimane legale e controllato in modo da non relegarlo nella clandestinità, ma se ne sottolinea in maniera significativa la non moralità come scelta, che tra l’altro ha molte altre alternative.

Appello, ora la moratoria per l’aborto - Il Foglio

GUARDA il confronto tra Ferrara e Pannella

Ruini al TG5 sostiene la moratoria sull’aborto

I commenti del mondo politico

Moratoria per l´aborto

Pena di morte: non una ma tre moratorie

Moratoria sull’aborto proposta da “Il Foglio”. L’Osservatorio Cardinale VAN THUÂN aderisce

Moratoria sull’aborto, il Papa apre

«No a nuovi limiti» Il 65% con la 194

Aborto, i punti possibili di una nuova legge

L’opinione del Ministro Bindi bindi-corriere.pdf

L’opinione del Ministro Turco turco-corriere.pdf

La 194 non si tocca ma l’aborto ci tocca, Corriere della Sera 7 gennaio, Pierluigi Battista L’aborto pone interrogativi anche ai ‘laici’ convinti.
http://archivio.corriere.it/archiveDocumentServlet.jsp?url=/documenti_globnet/corsera/2008/01/co_9_080107019.xml

Fate l’amore non fate l’aborto Panorama, 4 gennaio, Giuliano Ferrara Cos’è cambiato, come è cresciuta la coscienza collettiva dalla rivoluzione culturale del ’68 al grido di ‘fate l’amore non fate la guerra’? Giuliano Ferrara ce lo spiega in modo senza dubbio provocatorio. http://blog.panorama.it/opinioni/2008/01/04/ferrara-fate-lamore-non-laborto/

Aborto, i punti possibili di una nuova legge Corriere della Sera, 5 gennaio, mons. Elio Sgreccia // Le parole di mons. Elio Sgreccia, presidente della Pontificia Accademia per la Vita, sulle proposte di modifica della legge 194. http://archivio.corriere.it/archiveDocumentServlet.jsp?url=/documenti_globnet/corsera/2008/01/co_9_080105107.xml

LA DIFESA DELLA VITA
Intervistato dal «Corriere della Sera» il presidente della Cei approva l’iniziativa di Giuliano Ferrara e auspica che sia accolta dalle istituzioni italiane Il cardinal Martino interviene sull’«Osservatore Romano»
Bagnasco: lodevole la moratoria anti aborto
«Applicare la legge 194 per promuovere la vita»

DA MILANO PAOLO VIANA
L a moratoria contro l’aborto è un’ini­ziativa «lodevole», che deve trovare «il giusto spazio» nelle sedi istituzio­nali, ma è anche un’occasione per appli­care quelle parti della normativa vigente che tutelano il nascituro e sostengono con­cretamente le madri in difficoltà. Infine, poiché la scienza cammina, anche le leg­gi debbono tenere conto delle nuove sco­perte. Sono questi i tre passaggi chiave del­l’intervista rilasciata dal presidente della Confe­renza episcopale italiana, il cardinale Angelo Bagna­sco, al Corriere della Sera
di oggi.
L’Arcivescovo di Genova e­sprime un giudizio positi­vo sull’appello lanciato a metà dicembre da Giulia­no Ferrara su Il Foglio.
«L’intenzione dell’iniziati­va di chiedere la morato­ria circa le legislazioni sul­l’aborto - spiega infatti il Cardinale - è lodevole per­ché è un chiaro e forte ri­chiamo all’attenzione da parte degli Stati circa la tu­tela e la promozione della vita umana».
«Ciò era accaduto, prima, a proposito della morato­ria sulla pena di morte» ag­giunge monsignor Bagna­sco, ricordando che l’iniziativa di Ferrara è stata lanciata proprio all’indomani del­la storica vittoria dell’Italia all’Onu con l’approvazione dello stop alla pena capi­tale, sostenuto da 104 paesi, e auspica «che la nuova richiesta possa trovare il giusto spazio nelle sedi istituzionali».
Dal 19 dicembre, il giorno dell’appello sul quotidiano di Ferrara, le adesioni dei cat­tolici alla campagna lanciata dal giornali­sta laico sono state numerose - immedia­ta quella di Avvenire - e il presidente dei ve­scovi italiani spiega perché quest’iniziati­va sia seguita con tanta attenzione: «È cer­tamente l’occasione - dichiara al Corriere
- per mettere un vero impegno a tutti i li­velli nell’applicazione puntuale di quelle parti della legge 194 che promuovono la vi­ta del nascituro. Ciò alla luce in particola­re di quanto espresso nella intenzionalità originaria della legge stessa e richiamato all’art. 1». Avvenire, ancora ieri con un e­ditoriale di Eugenia Roccella, ha dimo­strato ampiamente come questa «inten­zionalità originaria» sia stata vanificata dal ’78 a oggi, negando alle strutture esisten­ti le risorse necessarie per promuovere la cultura della vita e contrastare l’aborto.
Quanto poi all’eventualità che si possa mettere mano a una revisione della nor­mativa vigente, l’Arcivescovo di Genova nell’intervista al quotidiano milanese si sofferma sulla necessità che le leggi si adeguino al­lo stato delle conoscenze, che muta con il tempo, par­ticolarmente in campo bioetico. «È un dato di fat­to - sottolinea nell’intervi­sta - il progresso scientifico e tecnologico in materia di vita umana. I legislatori da sempre si confrontano do­verosamente con queste scoperte per formulare leggi che sempre meglio ri­spettino, difendano e pro­muovano la vita umana in tutte le sue forme e fasi. Anche questo è auspicabi­le » conclude, sofferman­dosi su un problema se­gnalato qualche giorno fa anche dal cardinale Ca­millo Ruini, le cui riflessio­ni sono state riproposte dall’Osservatore Romano:
«Occorre inoltre ripensare alcuni passag­gi della stessa normativa in considerazio­ne dei progressi scientifici, terapeutici e diagnostici compiuti negli ultimi trent’an­ni ».
Che dopo la moratoria sulla pena di mor­te, occorra promuovere «battaglie pro-vi­ta su tutti fronti» è convinto anche il car­dinale Renato Raffaele Martino, presiden­te del Pontificio Consiglio per la Giustizia e la Pace, il quale, sempre sull’Osservatore
Romano e sempre ieri sottolineava il fatto che il 2007 è stato un anno di svolta, «poi­chè siamo finalmente arrivati all’appro­vazione della moratoria sulla pena di mor­te: una grande vittoria che - ha spiegato il porporato - non può restare isolata: ci a­spettiamo altre battaglie a favore della vi­ta su tutti i fronti», in particolare «in dife­sa delle creature più piccole e innocenti».

Sogni e speranze dei giovani d’oggi - La generazione che sopporta

Venerdì 21 Dicembre 2007

di Riccardo Bonato, Classe 1986 

Sopportiamo ore asfissianti in treno per arrivare, forse, in università con la speranza che il professore si sia degnato di tornare dalle vacanze.

Sopportiamo un informazione che ci intontisce di martellanti “news”,ma mai nulla che possa farci riflettere: ogni cosa è masticata e pronta.

Sopportiamo di versare gli esosi contributi statali per pagare i 20 anni di lavoro della generazione del “baby boom”, mentre per noi “boom“ lo fa solo la speranza di andare un giorno in pensione.

Sopportiamo una politica che ci intontisce di spot e paroloni per poter fare, più che il bene del paese, il bene delle capienti tasche di pochi.

Sopportiamo di essere la generazione “ 800€ “ al mese a tempo indeterminato o ancor peggio a “contratto a progetto”.

Sopportiamo una Chiesa in bilico tra i problemi del mondo e una istituzione fossilizzata,  inadeguata alla forza viva del Vangelo.

Sopportiamo che il “figlio del capo” ci rubi il posto, all’università come nel lavoro, per evidente superiorità gerarchica ereditaria.

Noi cosa facciamo?

Se fossimo Camorristi, daremmo inizio alla ‘mattanza’.
Se fossimo a teatro, probabilmente, faremmo commuovere gli spettatori.
Se fossimo nel ’68, solleveremmo  piazze a un solo grido.
Invece noi, siamo sempre noi e sopportiamo.

Con la tremarella, l’Italia canta aria di delusione

Martedì 18 Dicembre 2007

di Ilaria Cremona (grazie Ilaria del contributo!)

LEGGI L’ARTICOLO: New York Times, Con la tremarella l’Italia canta aria di delusione

C’è chi dice che “se non ci sei dentro, certe cose non puoi capirle” e spesso è vero. Ma penso che sentire un opinione esterna spesso sia utile.

Ecco un quadro dell’Italia redatto da un giornalista del New York Times. (in originale e in traduzione -di cui non ho controllato la fedeltà-)

Sapete che io sono essenzialmente a-politica, e non guardo tg, e vivo nel mio mondo fatto di arte e buoni pensieri… ma ormai mi è inevitabile sentire che le cose non vanno, lo sento dei pendolari sul treno, dalle compagne in università, lo leggo dalle mail degli amici e sui forum…

“Noi italiani abbiamo il destino nelle nostre mani più di quanto non lo sia mai stato prima” dice Beppe Severgnini, (che pare sia diventato la voce della coscienza di un paese)…

E’ vero? E soprattutto, quanto questo invito è rivolto a noi ventenni? (Leggi l’indagine di Famiglia Cristiana su Giovani e Politica) Ho la sensazione che si debba davvero fare qualcosa.